mercoledì

la prima volta

Si chiamava Giselle, aveva un difetto di pronuncia e diceva la N come se avesse un perenne raffreddore. Era la figlia dei vicini di casa di mia nonna. Spesso la vedevo, in estate c'era, tr ail resto,  un tacito patto comune a tutta la via: si gioca tutti insieme. Quindi, che mi piacessero o no i figli e nipoti delle nonne e madri di tutta la via ci dovevo giocare; si parlava, ci si confrontava, si litigava. Dopo un momento di panico iniziale a me andava bene, mai nel villaggio coi genitori alle costole avevo la possibilità di giocare con gli altri, e quali altri poi? Fin da piccola ho iniziato a mascherare il mio star bene anche da sola. Ma tornando qui, al ricordo, si giocava e litigava, e la nonna e fratelli e sorelle del babbo facevano gli affari loro e io avevo il tempo libero e lo potevo passare nella via. Ecco, Giselle era la figlia della vicina di casa della nonna, un anno in meno di me, non particolarmente brillante, ma tra bambini le cose importanti sono altre, bionda coi capelli lunghetti e riccetti, la carnagione scuretta, vestita da bambina di un villaggio di montagna in estate (cioè male e colorato con improbabili frutti giganti sui fuseaux). Con Gis andavo d'accordo, chiacchieravamo e giocavamo con le barbie (volutamente minuscolo), lei aveva addirittura il camper rosa e un sacco di gadget niente male, ricordo che aveva le scarpe: le sue barbie avevano le scarpe punzonate ai piedi. Quando non si giocava con le barbie o non si era in strada con gli altri si giocava alla coppia o alla famiglia, non c'era differenza. Succedeva così, o io o Gis era il marito, l'altra la moglie. A volte andavamo al lavoro, a volte accudivamo i figli, progettavamo le vacanze, ci salutavamo con struggimento, litigavamo secondo gli stereotipi del tempo (e credo della sua e della mia famiglia: le libertà femminili, le gelosie, il troppo lavoro...) e si faceva l'amore. A volte si fingeva di uscire prima dal lavoro proprio per fare l'amore, altre volte si mandavano gli invisibili bambini a giocare per poter stare soli, e facevamo l'amore. O forse facevamo sesso? Rigorosamente vestite, una sopra l'altra a imitare i movimenti del sesso tra gli adulti, e le mani sul corpo e un finto ansimare, e un sì sì sì, così così così, ah a aaaaa, e così via. E ci piaceva. Non so cosa esattamente ci piacesse, non lo ricordo, ma era un gioco e ci piaceva, e non ci si toccava davvero nelle mutandine, al massimo sotto i vestiti e qualche pressione, uno strusciamento, niente più. E tra noi il tutto sembrava ingenuo. Ma non del tutto, perché c'era un razionale timore che qualcuno entrasse e vedesse, che qualche adulto scoprisse, anche se eravamo vestite, al massimo un mano dove dovrebbe esserci stato un seno, anche se imitavamo loro, gli adulti. E se ci ragiono il timore dello scoprire non era tanto una punizione, quanto l'ammettere, tra noi e tra gli adulti cosa stavamo facendo, e perché. E se mi chiedo il perché del nostro fare ne trovo mille, mimesi in primis, ma anche curiosità e forse (ma sempre non condannabile a mio parere) lieve piacere fisico.
E anzi, da potenziale-bi d'ora in poi la mia prima volta la sposto lì, con Giselle, al secondo piano della casetta a schiera vicino alla nonnina, sulla destra.

martedì

Palindromi

Succhio la falange dell'indice destro. La bocca è calda, i denti delicati sulla piega. La carne si schiaccia sull'unghia. Aggiungo il medio e un po' saliva s'infila tra le due dita. Quando ti bagni le dita prima di toccarmi le succhi a lungo, quasi ti dimenticassi che è uno strumento. Ti guardo. Hai gli occhi chiusi, le labbra protese, le guance bonarie, il collo piegato un po' all'indietro. Stacco le dita dalle labbra, le metto sull'orlo degli slip. Sensazione di stoffa e di pelle. Sensazione di confine incerto. L'elastico teso nella simmetria dell'iliaco. Spazio di vuoto tra stoffa e pelle. Porta socchiusa. Le dita umide disegnano una linea immaginaria. Dall'ombelico la rincorsa fino al monte, la discesa nel clitoride. Quando ti bacio ti apri al mio desiderio. Allargo con le mani le tue gambe. Lecco la parte di corpo dimenticata, tra il pene e la gamba. Sento la tua sorpresa. L'indice a sinistra, il medio a destra, eppure vicini a toccarsi. La testa scivola indietro, la bocca sente l'assenza di suoni, di parole, di corpo. La mente sublima. Siedi dietro a me, scopri una spalla, la mordi. Un ti voglio finisce dentro l'orecchio. La mia schiena s'inarca, cerca i denti, la presa, cerca le tue mani forti, un incidere di barba sulla pelle. Si accende il corpo. Veloce il sangue riaffiora nei punti sfiorati. E il labbro è morso tra i denti, e il respiro è immobile e i muscoli sono tesi. E la testa ti sente nel corpo. E la testa ti sente sul corpo. E la testa ti vede aggrappato alla sbarre, con le braccia forti a dettare ogni ritmo, col peso sospeso e la massa perfetta unicum inarrestabile. E le dita veloci non riescono a saziare facilmente. E la testa aggiunge il tuo succhiarmi i seni, avido, mentre mi guardi guardarti, e gli occhi sono istinto e non sono più i tuoi occhi. E le dita sono a un passo dalla vittoria. E la testa aggiunge il tuo mordere il cuscino per trattenere il piacere un attimo ancora, il tuo respiro bloccato al mio respiro bloccato, e poi il ripartire, lo sfregamento, l'assestare, il riempire. E la testa s'abbandona, e le dita s'arrestano, manca un po' il peso del tuo corpo sul mio.

giovedì

sogno

è natale, sono a casa, che al solito non è casa, ma è un vecchio palazzo in un centro storico. Faccio per andare in bagno nell'ingresso al piano terra perchè quello di casa è occupato e di colpo un gruppo di turisti entra e usa lo stesso bagno. Li guardo curiosa, alcuni li ho già visti, mi chiedo dove. Parlo con una ragazza, iniziamo subito dai massimi sistemi, lei dice: Dimmi chi sei, che fai. Io le dico, Ho almeno tre grandi passioni, ma prima di riuscire a dirle veniamo interrotte e il gruppo va via. La prendo con me, la porto a visitare altri pezzi di questa città fantasma, la porto a scalare rovine di città ed è bello, poi raggiungiamo il gruppo in un ristorante. E mentre il vino si versa ai tavoli io e lei in disparte, e le acarezzo il collo con due dita. Ha capelli neri, occhi neri, ma la pelle è chiara. Ha un corpo né pieno né secco, so solo che ha un corpo liscio. Mi metto alle sue spalle, la abbraccio da dietro e la accarezzo, la pancia, il seno, il decolté, e le respiro nella piega del collo e di colpo le dico, Mi piace; e lei si gira e quasi le nostre labbrasi toccano e lei dice: Ma perchè non me lo hai detto prima!, ed è felice, di colpo di guarda come se fosse stesa sopra di me, coi capelli che mi ricadono in faccia e i lineamenti un po' distorti, e da est entra un sole del mattino, e io le rispondo, sorriso alle labbra, gioia pura alle labbra, Perchè non lo sapevo ancora.
E così inizia oggi :)

deeply desturbed


Nebbia, mattino presto, treno. Il ramdom sbocca gli Infected Mushrooms e di colpo stringo i denti a Tessaloniki, al binario dodici della stazione dei treni. Mattino presto, siamo in ritardo come tutti i treni perfortuna. È autunno, come qui adesso. Fai i biglietti, corro a cercare due caffè. Sono disperatamente alla ricerca di due caffè. Il pensiero fisso che non salirò su nessun treno senza caffè, che perderò i sensi se non bevo subito un caffè, la paura che tengo dentro e non lascio uscire, paura di morire. Al bar c’è la fila, mi metto in fila. Arriva il mio turno, dopo quattro mesi riesco a ordinare due caffè da portar via, due cappuccini a dir la verità, li ordino quasi senza errori, scopro i bicchieri di carta dalla plastica che li ricopre, metto un paio di cucchiai di zucchero in ogni bicchiere, niente bustine, li richiudo senza mescolare. Pago. Mi avvio al binario, in mano il portafoglio e il resto e i due bicchieri e lo scontrino. Lo guardo, ho speso dodici euro. Ho pagato due innacquati cappuccini dodici euro, ma non lo capisco. Non lo capisco perché sono sotto l’effetto di droghe. Perché l’1 smette di essere un numero e diventa cigno maschio e il 2 diventa cigno femmina, e gli zeri diventano bolle, e dire euro non ha alcun valore. Non lo capisco perchè non dormo da giorni, perchè stanotte ho sciolto i tuoi timori e ti ho abbracciato stretto, perchè avevo fame e voglia di vomitare insieme, perchè avevo freddo ma anche caldo. E anche se lo capissi non m'importerebbe, perchè darei anche un rene per questo caffè bevuto insciarpettata e imberrettata in questa mattina fredda e nebbiosa. Ecco. Poi abbiamo preso il treno, e poi è spuntato il sole, e abbiamo anche giocato all'impiccato col tuo alfabeto e sbagliavo tutte le i, e poi arrivati ad atene abbiamo passeggiato e chiacchierato ed era di nuovo giorno e fumavamo sigarette seduti sul muretto e volevo fare un piercing al sopracciglio e volevi farlo con me, e il negozio era chiuso e un po' penso perfortuna, adesso. E penso perfortuna non è legale barattare un rene per un caffè. E infatti la canzone è finita e metto via il ricordo, almeno fino al prossimo ramdom.


E vorrei avere più mani, e vorrei avere anche un pene, e vorrei avere più bocche.


Cammino per le strade stamattina, cammino felice per le strade, certa che la piega delle mie labbra seduce il mondo intero, certa che il passo sicuro non verrà interrotto, certa di avere un tesoro tra le mani.
Ti trovo già a letto, mi sdraio al tuo fianco, t’avvicini, riconosco il nostro amore. Riconosco l’avvicinarsi naturale dei corpi, il calore che scalda, la barba che graffia leggera tra il collo e la spalla, il tuo odore.
Alzo la testa, è giorno di mercato, il sole tra le bancarelle, il sole negli occhi, e il maglione si fa troppo pesante.
Ti volti di schiena ti muovi come un’onda, ti abbandoni. Ti accarezzo la pancia disegnata, ti bacio o forse ti mordo il collo, assaggio le tue spalle. Ti accarezzo il pene già pronto, la gamba muscolosa, il sedere tondo. Appoggi la pancia al letto, salgo sulla tua schiena, vi appoggio i seni, ti mordo la nuca, ti graffio i fianchi. La tua gamba sinistra piegata, la mia gamba sinistra a piegarla ancora di più. Di colpo l’impressione del tuo corpo aperto tra le mie mani. Di colpo il potente sentire del tuo abbandono tra le mie mani. Di colpo la consapevolezza di volerti far star bene, di voler seguire il tuo piacere, di poter fare qualunque cosa.
Ho un tesoro penso tra me togliendomi la lana di dosso e lasciando sia il sole a scaldarmi. Qualcuno che non ha paura di essere ciò che vuole.
Il tuo profilo sorride a ogni carezza e la dolcezza si mischia all’eccitazione. E vorrei avere più mani, e vorrei avere anche un pene, e vorrei avere più bocche.

lunedì

il mio dentro deve avere la tua forma

L'uomo nero (appunti di un'esplorazione)

Premessa:
L'uomo nero non è nero, è uno stato interiore.
Fatti:
fare l'amore con l'uomo nero.

L'uomo nero mi chiede di morderlo.
forte o piano?
forte.
L'uomo nero vuole le unghie nella pelle.
L'uomo nero non aspetta, infilza. Non cerca, prende.
L'uomo nero non toglie i vestiti, li strappa.
L'uomo nero è forte, sovrasta, i suoi muscoli pulsano, la sua spada si erge potente.
L'uomo nero è vorace, cerca uno sguardo vivo.
L'uomo nero schiaccia i seni tra le mani, mi mette le dita in bocca.
L'uomo nero è rapito dall'uragano.
L'uomo nero mi lascia essere donna nera.